Tascabili di fotografia della Svizzera Italiana No. 3

Alessandra Meniconzi, di Adriano Heitmann

E’ sempre affascinante sentire come i fotografi siano arrivati alla fotografia.
Il caso di Alessandra Meniconzi, Ale per gli amici, è di quelli poco spettacolari.
«A vent’anni feci il mio primo grande viaggio. In Kenya. E scoprii di esser affascinata
dal viaggio. Ho studiato grafica, ora insegno. Ma la mia passione è viaggiare.
E come ogni viaggiatore, mi sono portata appresso una macchina fotografica, per
condividere con i miei amici rimasti in Ticino, le mie sensazioni di viaggiatrice.»
Bus, bicicletta, trekking. Ale viaggia intelligentemente. Una condizione
necessaria per del buon lavoro fotografico. Nacque e crebbe così un’autodidatta.
I suoi punti di riferimento sono stati naturalmente i coniugi Michaud,
Olivier Follmi ed Eric Valli. I luoghi sono la catena himalayana dell’Asia: Pamir,
Karakorum, Hindukush e le regioni artiche. Per presentare il lavoro di Ale mi
sono volutamente limitato alle sue immagini dell’Himalaya. La mia decisione
non ha niente di particolarmente eccitante, ma ho buoni argomenti a sostegno
di questa scelta. Immagino una ragazzina, ora poco più che 40enne pedalare,
camminare, spostarsi sola con l’attrezzatura, per mesi e mesi nei luoghi più
remoti della terra. Ci vuole coraggio. Tanto coraggio e rigore. Nelle centinaia di
diapositive messe a disposizione vi sono due costanti: luce curata, composizione
impeccabile. «Se non c’è la luce non tiro fuori neanche la macchina fotografica
» confessa Ale, e prosegue: «la luce è l’ottava meraviglia del mondo.»
Questo è un principio importante. Ci vuole coraggio. Il fotografo non documenta
ciò che gli passa sotto gli occhi, ma ha un senso estetico che lo guida.